Reportage - Luigi Lusenti marzo

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Il paese che sembra aver sfornato buonaparte dei miti mondiali di una generazione, assiste, senza averne ancora piena consapevolezza, alla fine della "spinta propulsiva" dell'Urss e del blocco sovietico. Fidel però rimane Fidel. Ovunque campeggiano le immagini del "leader maximo". La signora in foto si chiama Aleida. L'ho incontrata che faceva la spesa in centro a L'Avana. Una simpaticissima signora di una certa età che mi ha invitato a prendere un tè con una torta fatta da lei. Entrando in casa, sulla parete di fronte all'ingresso, un poster con la foto del Che scattata da Alberto Korda. Vicino un vecchissimo fucile. La signora Aleida aveva partecipato alla difesa di Cuba quando fu tentata, nel 1961, l'invasione dell'isola da parte di un gruppo di fuoriusciti anticastristi supportati dalla CIA. La famosa "baia dei porci". Aleida mi disse che sarbbe stata pronta, nonostante i suoi 82 anni, a riprendere in mano il fucile per difendere la "Revolucion".




Queste foto sono statte scattate in anni diversi. Le ultime nei giorni della caduta del muro. Raccontano di una città che è stata il centro del mondo nel ventesimo secolo. Lo è stata anche quando, dopo aver perso anche la seconda guerra mondiale, fu "sventrata" dai vincitori. "Ich bin ein Berliner" disse John Kennedy il 26 giugno del 1963 visitando la città che, da due anni era divisa in due da un alto muro in cemento armato. Il fossato che le divideva le due Berlino, quella dell'Est e quella dell'Ovest, andò approfondendosi ben oltre la lunga striscia del muro. Attorno al Niememsland, la terra della morte, tutto amrciva in un folto intrigo di palazzi sventrati, erbacci e rifiuti. Dello splendore di un tempo resistevano poche macerie come vestigia di una civiltà passata mentre Berlino divisa, occupata, ancora con i segni dei bomabardamenti, sembrava ormai sul punto di soccombere al suo destino.


E' il 30 di dicembre del 1989, una giovane collega  spagnola dell'Agenzia Reuters, correndo come una pazza, mi trascina su per le scale del Parlamento praghese fino all'ufficio di Alexander Dubcek che è stato appena eletto Preidente del Parlamento. Il vecchio leader della "primavera di Praga" del 1968 apre la porta e ci riceve con la solita timidezza che ne lo rende un uomo di rara eleganza e cortesia. Il giorno prima Václav Havel, drammaturgo e poeta, uno degli oppositori più in vista del regime comunista era stato eletto Presidente della Repubblica. Si concludevano così i moti che erano iniziati con una grande manifestazione studentesca antiregime il 17 novembre, sull'onda di ciò che succedeva a Berlino e negli altri paesi dell'Est. Idealmente era il compimento di quella rivoluzione iniziata a Prga nel 1969 e repressa nel sangue dell'Armata Rossa. Ora che quasi nessuna di quelle persone che osò opporsi a Mosca e che dide vita al gruppo più colto e radicale dell dissenso dell'Est, Charta 77, è ancora in vita, credo che noi tutti sentiamo un debito con loro e la loro ferma ma umana opposizione.





Per la prima volta, dopo il 1945, conflitti armati attraversarono una regione d'Europa: i Balcani. All'inizio dei primi anni novanta la Federazione Jugoslava esplode in molti microconflitti armati ma tutti riconducibili ai nazionalismi esasperati. Dal 1990 al 1996 vi sono stati in tutto il territorio della ex Jugoslavia centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, distruzioni di massa, sofferenze indicibili. Ci sono stati i lager, le fosse comuni, lo stupro etnico. C'è stato Vukovar e  l'eccidio di Srebrenica. I trattati di Dayton pongono fine agli scontri armati in Bosnia Erzegovina alla fine di febbraio del 1996. Ironia della sorte volle che il 1996 fosse bisestile e febbraio dono alle popolazioni un giorno in più di sofferenza e di morte. Gli anni novanta vedranno ancora scoppiare la guerra nel Kosovo e la risposta della Nato con i bombardamenti su Belgrado e altre città della Serbia. Ora siamo in una situazione di instabilità, con paesi entrati nell'Unione (Croazia e Slovenia), paesi che hanno iniziato il percorso per l'adesione (Serbia e Montenegro), paesi in attesa di una decisione per i primi accordi di parternariato  (Bosnia Erzegovina e Kosovo). Bosnia Erzegovina e Kosovo, con una struttura statale ibrida (Bosnia) o indefinita (Kosovo) rimangono una Striscia di Gaza in Europa.





Il centro spaziale John F. Kennedy  è situato a Cap canaveral in Florida. Eì il luogo da cui sono partite le missioni spaziali americane e dove la Nasa opera per i suoi esperimenti. Vi lavorano circa 20.000 persone ed è un luogo di grande attrazione turistica. A differenza di quello che si potrebbe pensare le visite sono molto istruttive senza grandi effetti spettacolari.





Josip Broz detto Tito è sicuramente uno degli uomini politici che di più hanno segnato il secolo scorso. Da umile figlio di contadini a capo di stato, da giovane operaio a leader del "Movimento dei non allineati", nella parabola del Maresciallo Tito c'è non solo la storia del ventesimo secolo, ma le passioni, i drammi, gli scontri di un'epoca che come nessun altra ha avuto la capacità di teorizzare i concetti di bene e di male e di applicarli alla politica. La sua figura racchiude gli aspetti del reale, del mito  e della leggenda come pochi. Il reale è il capo della guerra partigiana contro i nazifascisti, che divenne padre della Jugoslavia, che cerco, con Nasser e Sukarno, un'altra via che non fosse per forza filoamericana o filosovietica ma anche che represse brutalmente il dissenso degli anni cinquanta. Il mito sono le migliaia di "jugoslavi" che si recano ogni anno in pellegrinaggio al suo paese natale Kumrovec o alla sua tomba, la "Casa dei fiori a Belgrado", ove è sepolta, dopo una storia contrastata,  anche la moglie Jovanka. Sempre mito sono le tante strade o piazze che portano ancora il nome di "Marsala Tita" e i bar Tito a Belgrado e Sarajevo. La leggenda è l'idea dell'intelligence americana, durante la resistenza, che Tito non fosse una persona ma una sigla, Terza Internazionale Terroristica Organizzazione, e che a turno i comandanti partigiani ne assumessero  l'acronimo. Oppure le tante versione sulla vita del "fabbro più famoso del mondo": da massone a agente del NKVD, da ebreo a compagno di scuola di Adolfo Hitler, a figlio illegittimo di Wiston Churchill. Ma il compito di questa presentazione non è analizzare i meriti e i limiti di Tito, neppure ragionare sulla sua creatura, una patria comune per "gli slavi del sud" infrantasi nei conflitti che hanno devastato la Jugoslavia degli anni novanta, bensì di presentare i luoghi che nella città di Belgrado, capitale della Repubblica Federalista di Jugoslavia, ed ora della Serbia, riportano alla memoria il titoismo. Per gli amanti della storia che vorranno avventurarsi nelle piazze e nelle strade della "città bianca"  ma anche per i tanti giovani che stanno facendo diventare la capitale serba una meta per il turismo low coast.




La memoria è una fotografia in bianco e nero, realizzata ancora in pellicola e fortemente sgranata, scattata il 29 settembre del 1991 a Sarajevo. Una domenica di sole e di caldo, una domenica di festa. Come se la città non volesse entrare nell’inverno profondo, un inverno che per anni, a Sarajevo e in Bosnia, non diventò mai primavera. La foto immortala l’attimo prima di quell'inverno durato quasi 48 mesi, costato oltre 10.000 morti e 50.000 feriti. 5 aprile 1992, 29 febbraio 1996. C’è chi ancora ironizza amaramente su quel 29 febbraio, sull’anno bisestile che ha aggiunto 24 ore di sofferenza.
La foto, a dir la verità, è la prima di una serie che ritrae i cittadini di Sarajevo durante una catena umana che, simbolicamente, congiunge i punti religiosi della città: la vecchia sinagoga, la moschea di Ali Pasha, la Cattedrale serbo-ortodossa, la Cattedrale cattolica del cuore di Cristo. La catena si snoda nella zona pedonale per chilometri. I bambini sono in spalla ai genitori, i nonni tengono per mano i nipoti. E i giovani cantano accompagnati dalle chitarre. Con loro 400 pacifisti, in massima parte europei, ma anche nordamericani e canadesi. E’ la Carovana per la pace, partita da Trieste il 25 settembre del 1991con un bel caldo sole ancora estivo.
Come tutte le foto scattate in quegli anni, durante i tanti conflitti che ho visto, anche le mie si portano addietro una dolorosa constatazione che mai avrei voluto fare: ritraggono uomini vivi di fianco a uomini morti. Delle persone che il 29 settembre del 1991 avevano partecipato all'ultima giornata di festa e felicità di Sarajevo prima del lungo assedio quante ne sono rimaste in vita? La ragazzina con la bandiera della pace, la maglietta bianca e una felpa arrotolata sui fianchi dove sarà? E la signora con gli occhiali scuri, le meches, la giacca nera e la camicetta chiara? Il bimbo biondo con la salopette che rovista nella borsa del padre? L'uomo con gli occhiali, i calzoni neri, la camicia a fiori e il gilerino nero?
Chi ha combattuto. Chi ha ucciso e chi è caduto. Chi è sopravvissuto ed è morto dentro.






Queste foto sono state scattate a Prescevo, campo profughi temporaneo al confine fra Serbia e Macedonia. Era il novembre del 2016.  Centinaia di migliaia di persone, in massima parte siriani, risalivano la cosidetta rotta balcanica per raggiungere il nord  Europa. Un esodo biblico e dramamtico.



La zona sud di Beirut dopo i bombardamenti israeliani. In questa zona c'era la sede del gruppo Hezbollah o izb Allāh, ossia Partito di Dio. E' un'organizzazione libanese, nata nel giugno del 1982 e divenuta successivamente anche un partito politico sciita del Libano.

ultima modifica: 05/10/2020
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